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cose sparse in ordine sparso

November 26, 2009 at 10:02pm
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November 24, 2009 at 3:10am
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3:09am
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1:53am
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Applausi

L’applauso è il gesto più significativo della nostra civiltà: si battono le mani ai funerali, negli stadi, nelle piazze.

Si battono le mani, sempre, negli studi televisivi: di fronte a qualunque tipo di dibattito, canzone, competizione, esibizione.

L’origine del gesto forse risale all’orda primitiva: un momento di scarica dell’emozione tribale, poi un rito per rafforzare l’unione e la gerarchia del gruppo di fronte ai pericoli.

Possiamo immaginare un ritmo di colpi accompagnati da grida, in situazioni di tensione, paura, violenza. Oppure momentanee liberazioni dall’ansia: feste, bagordi attorno ai fuochi.

Molti secoli dopo l’uscita dalla caverna, stiamo tornando agli applausi.

Il battito delle mani aveva probabilmente preceduto l’origine del linguaggio e adesso ne accompagna la degradazione.

Il fatto che si possa applaudire in qualunque situazione significa che tutte le situazioni sono riducibili ad un minimo comune denominatore: un evento, degli attori, un pubblico.

Il silenzio è ora più che mai un gesto di resistenza: non siamo un gregge accessoriato, non siamo un’orda di zombie tecnologici.

Era necessario superare la limitazione degli applausi alla sola dimensione degli eventi pubblici.

Come infrangere la resistenza della vita famigliare, quotidiana, privata, ad assumere al suo interno modalità spettacolari di comunicazione?

Tra tutte le soluzioni di ripresa della vita in diretta sperimentate, la più notevole rimane forse l’introduzione di una colonna sonora di risate nelle sit-com sulle giornate di una famiglia più o meno esemplare.

Un pubblico immaginario ride osservando le scenette in famiglia recitate dagli attori: un pubblico reale ascolta e vede da casa, sincronizzandosi sulle risate fuori campo, che rimangono la miglior approssimazione possibile a degli applausi in contesto domestico.

E’ una situazione pedagogica: l’aspirazione umana ad occupare l’immaginazione dell’altro, a farsi oggetto del suo desidero, viene educata ad intendere l’altro come un pubblico in senso commerciale e televisivo.

La denuncia nei confronti del relativismo dei valori nella società del mercato e della tecnica, che accomuna religiosi filosofi e genitori, non coglie un aspetto: il valore delle verità è oggi ancorato ad un fondamento tutt’altro che relativo, semmai talmente esclusivo da non consentire altro che residui e scarti oltre i suoi margini.

Agli albori della tele-visione si disse che il mezzo era il messaggio: c’era ancora tanta realtà, fuori dallo schermo.

Le bare dei soldati morti in Vietnam sembrarono testimoniare, forando gli schermi, che realtà e verità stavano altrove ed erano in grado di interrompere lo spettacolo.

Pare banale osservare che la situazione si è capovolta: ora sono gli schermi a detenere il potere di fare entrare nel reale e nel vero il non ancora visibile.

Meno ovvio è notare che questo potere non si esercita casualmente: come ogni potere, impone un criterio di verità ed una gerarchia di valori per nulla relativi, ed educa le moltitudini.

Al di fuori del mezzo non c’è messaggio, né realtà, né desiderio: è un fondamento forte, che è riuscito a trasformare il conflitto tra visioni del mondo in un conflitto per l’accesso al palinsesto.

www.fuoridalmediaevo.org

1:34am
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Cimatics festival →

citywide international festival for advanced creativity

1:28am
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Richard Buckminster Fuller

Richard Buckminster Fuller

1:28am
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November 20, 2009 at 1:12pm
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Quando lavoro a un problema, non penso mai alla bellezza, ma quando ho finito se la soluzione non è bella so che è sbagliata

— Richard Buckminster Fuller

November 10, 2009 at 6:22pm
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November 3, 2009 at 8:07pm
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